XIV secolo - Cavalieri della Banda
Scipione Ammirato (Lecce 1531 – Firenze 1601), Istorie Fiorentine (1600), libro quinto, parlando degli eventi dell'anno 1313
...Ma l'imperadore se bene non tornò all'assedio attese a danneggiare il paese con ogni sorte di crudeltà , essendogli fatto poco contrasto da' Fiorentini, i quali non uscirono mai fuori se non in leggiere scaramucce tra le quali ne fu una alquanto notabile più per il Valore d'alcuni pochi cavalieri della banda (perchè i Fiorentini furono rotti da' Tedeschi) che per virtù di tutta quella parte che usci a combattere. Era questa una compagnia fatta di volontà de' più pregiati donzelli di Firenze, i quali creato un lor capitano o essendosi segnalati dagli altri con un'insegna che ciascuno portava attraverso del petto, il campo era verde e la banda rossa, si chiamavano i cavalieri della banda. Costoro avendo, oltre lo sprono dell'onor della nazione e della patria, particolare stimolo della propria gloria s'erano in ogni fazione che era succeduta grandemente illustrati. E in questa rincrescendoli forte che fossero ributtati dai Tedeschi aveano dato gran segni di valore e d'industria militare. Ma non rispondendo all'ardir di pochi la virtù de'compagni, essendovi tre di essi restati morti, furono costretti a ritirarsi. Non resta di costoro memoria, se non dei cognomi delle famiglie, i due degli Spini e de'Bostiehi delle case antiche, e l'altro de'Guadagni, famiglia che già due volte aveva goduto la dignità del gonfalonerato. Tutto il resto di quella guerra fu maneggiato con molta tepidezza, venendo all'imperador tuttavia meno le genti, sì per le malattie succedute nel campo per i disagi e freddi che vi si pativano e sì per i signori che tuttavia andavano prendendo commiato; tra quali fu Ruberto conte di Fiandra, il quale assaltato dai Fiorentini di costa a Castelfiorentino, come che con non piccola sua lode si fosse valorosamente difeso, fu nondimeno rotto da essi, e convenne salvarsi con la fuga...

Secondo gli storici, l'imperatore che diede un impulso decisivo alle vocazioni per il servizio di soldati mercenari, fu, seppur involontariamente, Arrigo VII di Lussemburgo, detto anche Enrico VII (1275-1313).
La stessa storia di questo Imperatore ci dice come prestare servizio sotto mercede possa portare veramente in alto. Infatti partendo da piccolo feudatario al soldo del re di Francia nel 1294, tramite eventi non interessanti per la presente trattazione, ma che lo vedono al servizio di conti, duchi e re del centro europa, finisce per essere eletto egli stesso Imperatore ad Aquisgrana il 6 gennaio 1309.
Nel 1310 scende in Italia, per far valere i suoi diritti imperiali. All'inizio assunse il ruolo di pacificatore delle fazioni guelfe e ghibelline, destando grandi speranze tra i suoi sostenitori, tra i quali c'era Dante Alighieri, il quale nella sua "Monarchia" nel 1311 afferma che l'autorità dell'imperatore deriva direttamente da Dio e che pertanto l'Impero era indipendente dal papato.
La venuta in Italia di tale imperatore che provoca nelle città italiane le reazioni più singolari, da una parte la speranza per una pace duratura (a Milano riceve subito la corona ferrea dei "re dei Romani" e trova buona accoglienza da parte dei comuni), dall'altra la paura della perdita delle autonomie comunali.
Inoltre durante la calata in Italia, Enrico VII si schierò apertamente con le fazioni ghibelline, mettendosi in aperto contrasto con il re di Napoli Roberto d'Angiò, capo dei guelfi e con la città di Firenze, roccaforte guelfa.
Sempre nella compagine fiorentina, un cronista riporta che: "In Firenze, il timore per la venuta di Arrigo fece nascere la consorteria detta dei Cavalieri della Banda, con propri insegne, propria divisa e proprio comando impersonato da un capitano ...".
Compagnie come queste sorserò come funghi in quest'Italia nei primi anni del 1300, per servire, una volta cessato il motivo contingente alla loro creazione, come truppe ausiliarie per questo o per quel signore. Esse vennero costituite in genere da cavalieri esclusi dalla successione ereditaria, i quali quindi non potevano contare su un dominio proprio, ma, con l'armatura acquistata con l'aiuto paterno, prestarono servizio di milizia, o, per usare un termine del tempo, "servizio di piene armi", da soli o al massimo con qualche servo in funzione di scudiero. Il semplice scudiero diventerà di mano in mano un plotone, poi una compagnia, fino a quando queste compagnie non diventeranno il seme che darà vita alle compagnie di ventura tanto famose nel secolo successivo.
Tornando ai Cavalieri della Banda, essi costituiscono un caso particolare e degno di interesse. Essi si costituirono come forza di difesa della città fiorentina, contro la possibile minaccia all'indipendenza comunale , o del potere guelfo, a seconda dei punti di vista, costituita dalla discesa di un imperatore in Italia. Sicuramente la consorteria dei Cavalieri della Banda ebbe un ruolo importante durante l'assedio che l'imperatore pose alla guelfa Firenze nel settembre del 1312.
Una volta terminato il pericolo (per la cronaca Enrico VII rinunciò all'assedio di Firenze nell'agosto del 1313 e morì improvvisamente poco dopo per febbri malariche a Buonconvento, prima di riuscire a restaurare l'autorità imperiale), la vita nella penisola riprese come prima, ma la consorteria dei Cavalieri della Banda non si sciolse, ma continuò a servire "al buon tempo". Infatti il cronista continua a riportare che: "A giorni stabiliti, a turno, un cavaliere invitava gli altri a pranzo e l'intera città era in festa.". Ognuno di questi incontri era guardato con grande interesse e divertimento dalla cittadinanza, poichè costituirono dei veri e propri tornei, in cui i Cavalieri della Banda, una volta cessato il momento di combattere sul serio, sia per allenamento, sia per diletto, offrirono spettacoli e combattimenti, non risparmiando fendenti a destra e a manca, per il loro spasso e la gioia del pubblico.
Una tale compagnia, costituisce una singolare similitudine con quanto ai giorni nostri, la "Compagnia Giovanni delle Bande Nere" si è proposta di rievocare. Per tale motivo, durante le rievocazioni in epoca dantesca, tanto care e usuali in terra toscana, la "Compagnia Giovanni delle Bande Nere" si riveste in abiti e armi del '300 e con il rievocativo nome di Cavalieri della Banda offre, una volta cessato il momento di combattere sul serio, sia per allenamento, sia per diletto, spettacoli e combattimenti per il proprio spasso e la gioia del pubblico.
Giovanni Villani (Firenze, 1276 – 1348), Nuova Cronica (1322 - 1348)
XLVIII Come lo ’mperadore si partì dall’asedio da San Salvi e andonne a San Casciano, e poi a Poggibonizzi.
Lo ’mperadore con sua oste si partì la notte vegnendo la Tusanti, ardendo il campo, valicò Arno per la via ond’era venuto, e acampossi nel piano d’Ema di lungi a la città da III miglia. Né già per sua levata i Fiorentini non uscirono la notte della città , ma sonarono le campane, e ogni gente fu ad arme; e per quello si seppe poi, la gente dello ’mperadore ebbono gran tema della levata, che la notte non fossono assaliti dinanzi o a la retroguardia da’ Fiorentini. La mattina vegnente una parte de’ Fiorentini andarono al poggio di Santa Margherita sopra il campo dello ’mperadore, e a modo di badalucchi più assalti gli feciono, de’ quali ebbono il peggiore: e con vergogna là dimorato III giorni, si partì, e andonne con sua oste in sul borgo di San Casciano presso a la città VIII miglia; per la qual cosa i Fiorentini feciono afossare il crescimento del sesto d’Oltrarno, ch’era fuori delle mura vecchie, in calen di dicembre MCCCXII. E stando lo ’mperadore a San Casciano, gli vennono in aiuto i Pisani ben Vc cavalieri e IIIm pedoni, e M balestrieri di Genova, e giunsono a dì XX di novembre. A San Casciano dimorò infino a dì VI di gennaio sanza fare a’ Fiorentini altro assalto se non di correrie e guasto e arsioni di case per lo contado, e prese più fortezze de la contrada; né perciò i Fiorentini non uscirono fuori a battaglia, se non in correrie e scheremugi, quando a danno dell’una parte e quando dell’altra, da non farne gran menzione, se non ch’a una avisaglia a Cerbaia di Valdipesa furono i nostri rotti da’ Tedeschi, e morì uno degli Spini, e uno de’ Bostichi, e uno de’ Guadagni per loro franchezza in questa stanza, ch’erano d’una compagnia di volontà a una insegna campo verde e banda rossa con capitano, e chiamavansi i cavalieri della Banda, de’ più pregiati donzelli di Firenze, e assai feciono d’arme. Ma in quella stanza i Fiorentini s’aleggiarono di gran parte di loro amistà , e dierono loro commiato, e allo ’mperadore medesimo mancò gente, e per lo suo lungo dimoro e per disagio di freddo si cominciò nel campo a San Casciano grande infermeria e mortalità di gente, la quale corruppe la contrada forte, e infino in Firenze seguì parte; per la qual cagione si partì lo ’mperadore con sua oste da San Casciano, e andonne a Poggibonizzi, e prese il castello di Barberino e di San Donato in Poggio, e più altre fortezze: a Poggibonizzi ripuose il castello in sul poggio, come solea essere anticamente, e puosegli nome Castello Imperiale. Là dimorò infino a dì VI di marzo, e gli fallò molto la vittuaglia, e soffersevi gran soffratta egli e tutta sua oste, che’ Sanesi dall’una parte e’ Fiorentini da l’altra gli aveano chiuse le strade, e IIIc soldati del re Ruberto erano in Colle di Valdelsa, che ’l guerreggiavano al continuo; e tornando da Casoli CC cavalieri dello ’mperadore, furono sconfitti da’ cavalieri del re ch’erano in Colle dì XIIII di febbraio MCCCXII. E d’altra parte il maliscalco co’ soldati de’ Fiorentini era a guerreggiarlo in San Gimignano, sì che lo stato dello ’mperadore scemò molto, sì che quasi non gli rimasono M uomini a cavallo, che messer Ruberto di Fiandra se ne partì con sua gente, e da’ Fiorentini fu combattuto di costa a Castello Fiorentino, e morta e presa di sua gente gran parte, e egli con pochi si fuggì, con tutto ch’assai tenne campo, e assai diè a·ffare a quella gente l’assaliro, ch’erano per uno quattro, ed ebbonne vergogna.
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